Ci sono decisioni che prendi in un momento e che ti cambiano per mesi. La mia è arrivata un martedì sera, nel mezzo di una cena con i colleghi. Loro ex agonisti, con quella confidenza con le distanze che ti fa sembrare tutto semplice quando lo raccontano. "Devi farlo almeno una volta". "Cambia il modo in cui ti vedi". "Non è per tutti, ma tu ce la fai". E io, che correvo da qualche anno senza un obiettivo vero, ho detto sì.

Ho detto sì alla Roma Marathon.

Quello che non sapevo, quella sera, è che stavo dicendo sì a dodici settimane di volumi settimanali che non avevo mai sfiorato, a ripetute lunghe che ti lasciano le gambe come mattoni, a lunghi e lunghissimi che partono la mattina presto e finiscono quando il mondo sta ancora dormendo. Stavo dicendo sì a qualcosa che avrebbe preso spazio dentro ogni settimana, dentro ogni weekend, dentro ogni dinamica familiare — nel bene e nel male.

42,195 km da coprire
12 settimane di prep.
3:39:34 tempo finale
D griglia di partenza

La preparazione: benvenuto nel posto in cui non pensavi di arrivare

Chi prepara una maratona per la prima volta con un piano strutturato vive una specie di doppia vita. Di giorno sei la persona che tutti conoscono. La mattina presto o la sera tardi, sei qualcun altro: uno che corre, che conta i km, che organizza la settimana intorno agli allenamenti.

Il piano prevedeva variazioni di ritmo, allenamenti di tenuta, ripetute lunghe. E poi i lunghi — quelli veri, non i 14-15 km che ti sembravano tanti prima. Parlo di 28, 30, 32 km con blocchi a ritmo maratona nel mezzo. Uscivi la domenica mattina presto e tornavi quando altri stavano facendo colazione. Mia moglie ha cominciato a guardare il telefono con un'espressione che diceva tutto senza dire niente. I sabati sera diventavano un negoziato silenzioso: non puoi fare tardi, devi dormire, domani hai il lungo.

21:30 di sabato sera era diventato il mio coprifuoco. Non imposto da nessuno, ma concreto come se lo fosse. Chi mi conosce sa che non sono uno che va a letto presto. Quella maratona, però, mi ha insegnato che certi obiettivi si pagano con scelte che sembrano piccole e non lo sono.

"Non puoi spiegarti con chi non sta vivendo la stessa cosa. E non devi. Basta sapere perché lo stai facendo."

Però lo stavi facendo. Settimana dopo settimana, uscita dopo uscita, il corpo che si adattava lentamente a carichi che due mesi prima sarebbero sembrati impossibili. È questa la cosa strana della preparazione maratona: non ti accorgi di migliorare mentre succede. Te ne accorgi solo quando guardi indietro e vedi da dove sei partito.

Roma: l'expo, la carbonara, la lettera D

Nei giorni prima della gara si va a ritirare il pettorale all'expo. Ho prenotato un hotel sulla Tuscolana — comodo per le visite turistiche e con la metro a portata di mano per evitare di sprecare le gambe in giro per la città. Ragionamento perfetto sulla carta. La realtà è che Roma è Roma, e quando ci sei con un giorno libero prima della gara finisci comunque a camminare km tra il Vaticano e il centro, con le gambe che protestano piano ma protestano.

L'expo lo ricordo come uno di quei momenti in cui ti rendi conto davvero di quello che stai per fare. Stai ritirando il tuo pettorale. Stai per correre una maratona. Mesi di lavoro, compromessi, svegliarsi presto, rinunciare a qualcosa — tutto concentrato in un numero su un pezzo di tessuto. Ero emozionato in modo sproporzionato e me ne fregavo di esserlo.

Poi ho guardato la lettera sul pettorale. D.

Ultima griglia. Dietro tutti, proprio tutti. Io che avevo in testa di correre a 4:58/km — passo 3:30 maratona — sarei partito con chi avrebbe fatto 5 ore, forse sei. Il mio piano gara già si complicava e non avevo ancora allacciato le scarpe. Ma quello era un problema per domenica mattina. Sabato sera c'era Roma, una carbonara, e la soddisfazione di chi sa di aver fatto il proprio lavoro.

Domenica mattina: la metro, Seppe, e la griglia

Colazione alle 6:30 con il receptionist dell'hotel che avevo costretto a svegliarsi con me. Cornetto al miele, fette biscottate con marmellata, due caffè. Il piano nutrizione prevedeva anche i gel durante la gara — ci torneremo.

Metro verso il Colosseo. Già sul vagone si respira qualcosa di diverso: silenzi composti, sguardi che si incrociano tra runner, tutti con lo stesso abbigliamento tecnico e la stessa espressione a metà tra la concentrazione e l'euforia. Un signore francese mi informa che la fermata Colosseo è chiusa per motivi di sicurezza e bisogna scendere una fermata prima. Nessun problema — tranne che adesso devo anche trovare il deposito borse, cambiarmi e raggiungere la griglia, con i tempi che si accorciano.

Quando esci dalla metro l'atmosfera ti prende. Blocchi dei vigili, la colonna sonora del Gladiatore che arriva da qualche parte, e poi all'improvviso: il Colosseo. Centinaia di runner che camminano in silenzio verso la stessa direzione, come una migrazione. Fotografie, abbracci, tensione allegra ovunque.

Sono le 8:40. Mancano venti minuti alla prima ondata. Non so dove sia il deposito borse.

Chiedo a un ragazzo vicino a me. Anche lui cerca la stessa cosa. Si chiama Seppe, viene dal Belgio, ha 34 anni. È anche la sua prima maratona. Prima di partire sua moglie gli aveva detto una cosa sola: goditi la gara. Ci siamo riscaldati così, io e Seppe, camminando veloci tra i tir che ospitano le borse dei runner — decine di camion, ognuno con un range di pettorali, un'operazione logistica enorme che non avevo immaginato. Trovata la borsa, ci siamo dati un in bocca al lupo e ognuno verso la propria griglia.

Quello che non ti aspetti di una maratona: i momenti migliori capitano spesso nei posti e nei momenti meno pensati.

Nella griglia D si aspetta. La gara parte, l'ondata A defluisce, poi la B, poi la C. Noi partiamo quaranta minuti dopo lo sparo ufficiale. Il tempo di andare all'ultimo bagno, di studiare il momento — e quando vedo uno spiraglio nella griglia C mi ci infilo. Dieci minuti guadagnati. Piccola vittoria. Si parte.

La gara: il gel liquido, il muro, e quella medaglia

Quello che segue è una cosa che ogni runner che ha corso una maratona conosce. Non si può spiegare del tutto a chi non l'ha vissuto. Si può solo raccontare.

KM 1–9 Festa ovunque. Bande che suonano, tifo ai bordi, Roma che si offre in tutta la sua scenografia. Il problema della partenza in griglia bassa è concreto: invece di correre la mia gara, faccio un costante slalom tra chi va più piano. Scusate, permesso, un passo di lato. Non è piacevole ma fa parte del gioco quando non hai ancora un tempo qualificante.

KM 9 Primo gel. Lo apro, lo porto alla bocca, e scopro che è completamente liquido. Non il gel denso che avevo usato in allenamento — liquido, scorrevole, incontrollabile. Panico puro per trenta secondi. Poi una decisione rapida: bevo comunque. In qualche modo dovrò pur nutrirmi durante i prossimi 33 km. Spoiler: quella decisione avrà conseguenze.

KM 21 Metà gara. Guardo il cronometro: 1h40. Sono perfettamente in orario. Il piano prevedeva di aumentare leggermente il passo nella seconda metà. Due km a ritmo più alto mi dicono chiaramente che non è una buona idea. Rallento. Meglio arrivare che arrivare distrutto.

KM 32 Il famoso muro. Non è una metafora: è una sensazione fisica precisa, come se qualcuno avesse svuotato le riserve con un interruttore. I carboidrati liquidi non hanno fatto il loro lavoro come avrebbero dovuto. Le gambe tengono, la testa meno. Roma scorre intorno ma faccio fatica a vederla davvero — lo Stadio Olimpico sotto la pioggia, Piazza del Popolo con il sole che è tornato improvvisamente, sembrano quadri fuori fuoco.

KM 38 Piazza Navona. Siamo quasi alla fine. Lo so, ma non lo sento ancora. Mi trascino, conto i km che mancano, negoziando con me stesso ogni cento metri.

KM 40 Li vedo. Mia moglie, mia mamma, mio padre. Un bacio veloce, un secondo di realtà, e poi si riparte. Con qualcosa in più nelle gambe che non sapevo di avere ancora.

KM 42,195 L'ingresso al Circo Massimo. Ci sono. Non urlo, non esulto — non ho la voce né le energie per farlo. Mi fermo davanti a chi mi mette la medaglia al collo, lo ringrazio, e corro verso il bagno (la rivincita finale dei carboidrati liquidi). Poi mi stendo a terra sul prato. Aspetto i miei. Guardo il cielo.

3:39:34 tempo ufficiale
42,195 km completati
maratona finita

Cosa rimane

Seppe ha finito in 3h50. Non lo so se ci siamo mai incrociatdi di nuovo durante la gara — probabilmente no, visto i ritmi diversi. Ma in qualche modo quella mezz'ora passata a cercare il deposito borse insieme, a riscaldarci per caso, mi è rimasta più di molti altri momenti. Due sconosciuti alla loro prima maratona, ognuno con la propria storia dietro, ognuno con qualcuno a casa che aspettava.

Quello che nessuno ti spiega fino in fondo sulla maratona è che non è una gara. È un progetto. Richiede mesi, richiede di rinunciare a qualcosa, richiede di fidarsi del processo quando i risultati non si vedono ancora. E richiede le persone giuste intorno — sia quelle che corrono con te, che quelle che ti aspettano sul percorso o al traguardo.

"Non avrei cambiato niente. Nemmeno il gel liquido. Nemmeno la griglia D. Nemmeno i sabati a casa alle 21:30."

Sto già pensando alla prossima.

Piano coaching Maratoniamo — 12 settimane
Vuoi correre la tua prima maratona?
Inizia con 2 settimane gratis.
Il piano coaching di 12 settimane che ho seguito è stato costruito settimana per settimana su di me — sui miei ritmi, sui miei giorni disponibili, sul mio obiettivo di gara. Non un programma generico scaricato da internet: un percorso che tiene conto di dove sei adesso e di dove vuoi arrivare.

Puoi provarlo per 2 settimane senza pagare nulla. Se dopo le prime due settimane non è quello che cercavi, smetti. Se lo è — e scommetto che lo sarà — continui.
  • 12 settimane di piano strutturato con volumi, ripetute, lunghi e scarichi pianificati
  • Ritmi calcolati sul tuo VDOT — non su una media, sul tuo livello attuale
  • Feedback settimanale da chi conosce il tuo profilo da atleta
  • 2 settimane di prova gratuite — paghi solo se vuoi continuare
  • Accesso all'area coaching personale con il tuo piano aggiornato settimana per settimana
Inizia le 2 settimane gratis →
Nessun impegno. Nessun addebito automatico. Solo 2 settimane per capire se fa per te.